La neo-costituita Napoli patrimonio Spa, partecipata indirettamente dal Comune, si dovrà occupare di “gestione, manutenzione, valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare comunale a reddito o potenzialmente produttivo di reddito”. Nel nome del “Patto per Napoli” siglato tra il Governo Draghi e l’amministrazione Manfredi nel 2022 per il ripiano del disavanzo.
L’operazione è contestata da una rete di esperti e attivisti.
Il 5 marzo scorso il Consiglio comunale ha approvato la delibera per la
costituzione della Napoli patrimonio Spa, società partecipata indirettamente
dal Comune tramite Napoli holding, che si occuperà di “gestione,
manutenzione, valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare
comunale a reddito o potenzialmente produttivo di reddito”. L’operazione,
contestata dalla rete di esperti e attivisti che in questi mesi hanno mosso
diverse critiche, si inquadra nel processo di riordino delle partecipate, uno dei
pilastri del “Patto per Napoli”, siglato tra il Governo Draghi e il sindaco Gaetano
Manfredi nel 2022 per il ripiano del disavanzo.
“Le pressioni sono servite a ottenere quelli che dovrebbero essere degli
emendamenti (per ora sono mozioni di accompagnamento che introducono dei
meccanismi di trasparenza e un minimo di clausola sociale) che però non
risolvono il problema di fondo, ossia il modello societario: una società a
controllo indiretto, cioè che sta dentro una holding comunale -spiega Alfonso
De Vito, attivista della rete Resta abitante-. Tutto questo si traduce in meno
controllo e indirizzo pubblico”. Il nuovo veicolo societario agirà in
collaborazione con Invimit Sgr Spa, ente del ministero dell’Economia (Mef),
nella gestione privatistica del patrimonio immobiliare pubblico: il suo ruolo sarà
quello di mettere a reddito circa 50mila unità immobiliari di cui la metà
residenziali, sia di Edilizia residenziale pubblica (Erp) sia libere.
“Il 30 novembre 2023 si sono tenute in contemporanea la riunione del Consiglio
di amministrazione di Invimit a Roma e la seduta del Consiglio comunale a Napoli e si è approvato il Fondo comparto Napoli con il conferimento di sei immobili, tra cui alcuni di pregio come la Galleria principe di Napoli -racconta Rosario Marra della rete civica Riprendiamoci la città-Napoli non si vende-.
Con questo atto, che a sua volta discende da quello che noi chiamiamo ‘Pacco per
Napoli’, si sono creati i presupposti per la calata dei fondi immobiliari sulla città
e quindi l’importazione del modello Milano”. Un modello discutibile, oggetto di
varie inchieste.
La società appena costituita agirà sotto l’egida della Napoli holding con MM
Spa di Milano come partner esterno. L’azienda in house del Comune (capitale
sociale un milione di euro) -che gestirà il patrimonio fino al 2060- è “aperta
totalmente al mercato, anche a quello finanziario” benché nella delibera si parli
di una missione prioritaria: quella di garantire “il diritto all’abitare”, che però non
compare né nella bozza di statuto né nell’atto costitutivo. Si parla invece di
“valorizzazione e dismissione”, quindi fare cassa con gli immobili comunali,
incluso il patrimonio Erp: si tratta di una valorizzazione per il mercato, non
sociale. Inoltre, nello statuto non sono previste clausole sociali per gli inquilini:
in una realtà come quella napoletana può avere pesanti ricadute sulle fasce
deboli, come il caso dell’ex Motel Agip.
“È un paradosso che si parli di politiche abitative: mentre Barcellona vuole
ampliare il patrimonio pubblico e Bologna non farà più dismissioni, Napoli va
nella direzione opposta. Per noi sono questioni strategiche: più si costruiscono
modelli societari non influenzabili dal controllo pubblico, più si va verso una
gestione privatistica”, spiega ancora De Vito che si batte per l’uso socioabitativo del patrimonio pubblico in un contesto di grave crisi abitativa. De Vito sottolinea anche il collegamento tra il passaggio della delibera sulla nuova società e la proposta del nuovo regolamento sul patrimonio disponibile che
presto tornerà in Consiglio e aprirà a una gestione sempre più finanziarizzata.
Nel processo di “razionalizzazione” delle partecipate, la ristrutturazione (o
spacchettamento) di Napoli servizi, la Spa multiservizi comunale, trasferisce
varie funzioni di gestione del patrimonio immobiliare alla newco. A parte il
rischio di mettere in crisi un’altra partecipata andando contro la logica della
razionalizzazione, secondo i critici si è creata una struttura “agile e snella” nella
forma di una partecipata indiretta (e non diretta) perché Invimit non vorrebbe
interlocuzioni con l’organismo politico. Se la partecipata è indiretta non fa
riferimento a un assessore competente: Invimit ha così rapporti solo con la
holding e non con le strutture politiche.
Nella relazione analitica -che ai sensi del testo unico sulle società partecipate
va allegata al momento della creazione di una nuova società- si legge che la
società deve agire in funzione di “supporto” al fondo Invimit. “La questione dei
rapporti con Invimit non compare mai e non è presente alcuna garanzia di
trasparenza: a differenza delle partecipate pubbliche, la società del Mef non è
soggetta alla normativa sulla trasparenza delle amministrazioni pubbliche”,
sottolinea Marra, che per anni si è occupato di enti locali sia politicamente sia
professionalmente, e si chiede quali disposizioni di trasparenza, di verifica, vi
siano per capire come si sviluppano i rapporti con Invimit.
“Un Consiglio comunale normale avrebbe dovuto sollevare la questione, anche
perché il ‘Patto per Napoli’ non obbliga a creare un ‘cavalier servente’ di Invimit. Nel momento in cui il fondo è gestito da Invimit, il Comune ha solo una
funzione consultiva mentre l’amministrazione assicura che l’ultima parola sarà
del Comune -continua Marra-. La cosa più grave è che non è stato reso
pubblico il business plan del Fondo comparto Napoli, un atto su cui c’è una
consultazione vincolante del comitato di comparto al cui interno c’è l’ente
apportante (il Comune, che è quotista al 70%). Quindi l’amministrazione
conosce il business plan, è la città che non lo conosce. Mi sembra una cosa di
non poco conto”.
Un altro punto sul quale, sempre secondo la rete Riprendiamoci la città,
l’amministrazione confonde la città riguarda le operazioni di alienazione o
“valorizzazione” che vengono presentate come “pubblico su pubblico” in
quanto Invimit è una società totalmente partecipata dal Mef. “La società è
arrivata perfino a presentare un ricorso presso la Corte dei conti in
composizione speciale contro l’Istat che aveva ‘osato’ inserire Invimit negli
elenchi annuali delle Pubbliche amministrazioni”, racconta Marra. La società ha
affermato che, nonostante il controllo pubblico, non è soggetta a direzione e
coordinamento dal Mef perché agisce “in ottica e con logica di mercato”.
La rete ha riassunto le motivazioni per le quali si oppone alla nuova società in
una lista, portata in audizione alla Commissione consiliare trasparenza a fine
gennaio dove era presente anche l’assessore al Bilancio Pier Paolo Baretta,
sostenitore della newco. L’amministrazione sostiene che l’obiettivo non è solo
alienare ma soprattutto “valorizzare” il patrimonio immobiliare per
salvaguardarlo. Eppure la Ragioneria generale dello Stato ha chiarito che il
risultato sia dell’alienazione sia del conferimento di immobili a un fondo è
sempre la dismissione, cioè l’impoverimento del patrimonio. Un’altra
contraddizione nel quadro normativo, secondo Marra, perché l’ente dovrebbe
dare la massima informazione alla collettività che rappresenta.
“C’è una logica di tipo greco dietro ai patti come quello per Napoli, da cui
discende anche la nuova società, che è una sua articolazione. La riduzione del
debito si fa attraverso la messa a reddito, la valorizzazione e, chiaramente,
l’aumento dei canoni: queste sono le cose reali, quelle scritte nella delibera 461
invece sono chiacchiere”, conclude Marra. Queste normative hanno pesanti
riflessi politico-istituzionali nella gestione del debito che Marra definisce “una
sorta di presidenzialismo per via amministrativa” con un marcato
accentramento da parte del presidente del Consiglio.
Marco Bersani, fondatore di Attac Italia, esperto di beni comuni e finanza
pubblica, spiega che le politiche di austerità per la riduzione del debito sono
state interamente scaricate sui Comuni e sugli enti locali, che però
contribuiscono al debito pubblico nazionale solo per l’1,2%. “La ricchezza
collettiva di questo Paese, che è fatta di patrimonio, beni comuni, territorio, è in
mano agli enti locali. Quindi, se voglio privatizzare, metto nel target gli enti
locali con la scusa del debito, mettendoli però nelle condizioni di non poterli
gestire. Come mai le politiche di austerità non hanno ridotto il debito? Perché
non era quello lo scopo: più questo sale, più lo posso usare come minaccia. Ci
hanno raccontato dei dogmi religiosi ma la realtà dimostra che erano dogmi
politici legati ai grandi interessi finanziari”.
Quella del debito è infatti una trappola: una costruzione artificiale per permettere le privatizzazioni. “Il passaggio dal pubblico al privato di per sé costa di più: non c’è giustificazione nella privatizzazione che parta dall’idea che non ci sono soldi -anche sulla retorica dell’efficienza Bersani ne smonta la
logica guardando ai risultati.- Dopo 30 anni di Spa miste, di privatizzazioni, mi
piacerebbe che un giorno ci si sedesse intorno a un tavolo a tirare le somme.
Invece si reitera il mantra che il privato è efficiente, quando invece peggiora la
qualità del servizio, del lavoro, la democrazia. E allora tutto il castello liberista
che hanno costruito in questi anni è un castello di carte”.
La finanziarizzazione e privatizzazione di beni e servizi è un processo sistemico
in corso da decenni che ha trasformato il “valore” dei beni pubblici. “Il vero
nodo è capire se le città vanno valutate dal punto di vista del valore d’uso o di
scambio. Se è il valore d’uso allora la comunità che le abita deve essere
coinvolta, deve partecipare e capire le trasformazioni che si fanno. Se invece
prevale il valore di scambio, e cioè tutto quello che può essere valorizzato dal
punto di vista finanziario, allora mettiamo in secondo piano la comunità e
costruiamo città sexy per attrarre i grandi capitali. Le città servono per farci i
grandi eventi o sono i luoghi dove le persone abitano?”.
A fine marzo una serie di associazioni e sigle hanno presentato un esposto alla
Corte dei conti per alcuni presunti profili di illegittimità, relativi alla “violazione
di varie disposizioni del Testo unico in materia di società a partecipazione
pubblica”.
